Stampe ai pigmenti su carta prismatica, alluminio dibond, vecchi legni e vecchi bulloni, stampa ai pigmenti e carta antica. Opere in copia unica e a tiratura limitata.
Le immagini contemporanee di Nicolò Quirico dialogano con l'antico Vocabolario Bormino di Glicerio Longa del 1913 e le poesie inedite
del Prof. Don Remo Bracchi
Introduzione
testo critico di Roberto Mutti
giornalista de "la Repubblica" e storico della fotografia,
Novembre 2009
A Nicolò Quirico le limitazioni non piacciono. Per quanto si sia dimostrato capace di realizzare fotografie di qualità, non considera questo fatto un punto d’arrivo ma di partenza per la costruzione di un nuovo linguaggio comunicativo originale e inedito. Apparentemente la sua ricerca è volta a trovare un dialogo che avvicini immagini e parole, ma se fosse solo così si troverebbe a ripercorrere le tracce già lasciate da altri. Per fare solo pochi esempi, possiamo ricordare il rapporto che ha avvicinato le fotografie di Robert Doisneau alle poesie di Jacques Prévert o il legame fra le immagini di Duane Michals e di Allen Ginsberg alla loro stessa scrittura che finisce per essere parte integrante delle fotografie. Nicolò Quirico va volontariamente oltre perché per lui le parole e le immagini devono essere dotate di una fisicità fortemente connotata e il risultato finale deve emergere con una prorompente tridimensionalità.
“Bormio pietre di carta”, il suo più recente lavoro, tutte queste caratteristiche le possiede già nel titolo simbolicamente allusivo che anticipa l’affascinante risultato finale. Tutto comincia con uno studio accurato dei vari elementi costitutivi: l’attenzione agli scorci paesistici adatti alla realizzazione delle riprese fotografiche, l’analisi di un libro ormai antico, il “Vocabolario bormino” pubblicato da Glicerio Longa nel 1913 , alla ricerca dei termini più adeguati, i vari tentativi di assemblaggio con elementi e materiali diversi. Il gusto per i particolari e una certa predilezione per la dimensione onirica sono buone guide in questo percorso dove tutto si trasforma: le immagini, anche grazie a una stampa accuratissima capace di restituire bagliori metallici, acquistano la forza evocativa delle parole mentre queste ultime si identificano con la pagina scritta che riporta sulla pagine, traslitterandoli, non solo i lemmi ma anche le cadenze, gli accenti, i ritmi delle parlate. La strada si snoda parallela in modo così netto da mostrare molto chiaramente che le parole e le immagini di queste “stazioni” sono sfaccettature di una identica realtà, modi per dire le stesse cose con strumenti diversi. Talvolta l’autore propone una sola immagine dotata di una grande forza evocativa: è il caso del primo piano del ricciolo metallico della ringhiera di un balcone che incornicia elegantemente un paesaggio, di una finestra spalancata su un’altra finestra, di una vecchia porta di legno tenuta chiusa da un bastone. Più spesso Quirico accosta due immagini cercando analogie (i panni stesi e la lavandaia), continuità (il campo di grano e l’aia su cui è steso), contrasti dialettici (la strada in salita e quella in discesa). Ma l’aspetto più intrigante riguarda l’inserimento di oggetti reali come pezzi di legno corrosi dal tempo, bulloni e rondelle metalliche che funzionano da cerniera, imprigionano in sequenze le fotografie, alludono a una realtà antica, quella cui il vocabolario dà ancora voce.
I testi del Prof. Don Remo Bracchi
Le mostre di presentazione
Nell'estate 2010, a Bormio, si terrà l'evento pubblico conclusivo, in collaborazione con la Temporary Gallery di Paola Sosio e con il contributo del mondo culturale e imprenditoriale dell'Alta Valtellina.