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Progetto site-specific con micromostre di presentazione. Stampe ai pigmenti su tela, vernice, pagine di elenchi telefonici, resina. 150 x 50 x 4 cm, opere in copia unica + una p.a. donata ai bambini ritratti.

Per partecipare alprogetto:
quirico@quirico.com

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Un ringraziamento particolare ad Anna Paghera che ha fornito "il profumo del bosco" per le micromostre con shooting a Viacavoursettantasei e a QuiLab:
www.annapaghera.it

 


 

Radici Genealogiche

Non conoscere ciò che accadde prima che nascessimo, è come rimanere sempre fanciulli
(Cicerone)

Una bimba, capelli corti e cerchietto in testa, sì e no due anni d’età, ci tende una mano, piena di allegria e di fiducia. Un’altra, mani sopra la testa e gamba piegata, ci regala un bel sorriso, uno di quei sorrisi che scaldano il cuore. I più grandicelli scelgono atteggiamenti teatrali, smorfie, passi di danza, sorrisetti furbi. Una passerella gioiosa e divertente, spontanea e sincera, come l’infanzia ha il diritto di essere. Sono bambini qualunque, figli di amici e conoscenti, felici di posare per l’obiettivo fotografico, di essere protagonisti, di comunicare la propria gioia di vivere. A render più complessa la semplicità di fondo di queste immagini, a turbarne l’apparente immediatezza visiva, intervengono, però, due elementi: il punto di vista fortemente scorciato, dall’alto verso il basso, che deforma le figure e, soprattutto, il fatto che i piedini dei bambini poggino sul tronco di un albero rovesciato.

È l’inconfondibile cifra stilistica di Nicolò Quirico, la sua raffinatezza compositiva, la sua capacità di modificare il senso di immagini comuni trasformandole in opere concettuali, il suo modo di giocare con la memoria e con le citazioni colte, senza farlo pesare, con leggerezza, ironia e una profonda e invidiabile intelligenza.

Radici genealogiche nasce da una duplice suggestione: la storia del luogo per cui è nato il progetto (un ex orfanotrofio in Toscana) – e l’idea, tutta munariana, dell’albero come simbolo di vita e procreazione. “Finalmente l’inverno è finito e dalla terra, dove era caduto un seme, sbuca un filo verticale verde. Il sole comincia a farsi sentire e il segno verde cresce”, scriveva Munari nel suo splendido Disegnare un albero, “È un albero, ma nessuno lo riconosce adesso, così piccolo. Man mano che cresce però, si ramifica, ogni anno gli spunteranno le gemme sui rami, dalle gemme sbucheranno altri rami, dai rami altre foglie e via di seguito. Dopo qualche anno, quel filo verde di prima è diventato un bel tronco pieno di rami. Più avanti ancora avrà costruito una grande ramificazione sulla quale farà sbucare foglie, fiori e frutti; d’autunno spargerà attorno a sé i suoi semi, alcuni cadranno sotto di lui, altri saranno portati lontano dal vento. In ogni posto dove sarà caduto un seme, nascerà un altro albero simile a lui”. Ed eccolo l’albero di Munari: è diventato un piedistallo per i piedini delle generazioni future. Il suo tronco è la memoria del passato, le sue fronde si protendono verso il domani, come i sorrisi sinceri di quei bimbi che sembrano nascere dalle sue radici, o per meglio dire sembrano diventare loro stessi radici, simbolo al contempo della memoria di un passato che ancora ci riguarda e di un futuro molteplice e complesso come i rami, sottili e numerosi, che dal tronco si sviluppano: un omaggio alle centinaia di bimbi che hanno trovato ricovero e protezione nell’antico orfanotrofio e uno sguardo al nostro domani.

Ma la riflessione di Quirico non si ferma qui. “E se l’albero assomigliasse alla fotografia?”, si chiede l’artista, “Se assomigliasse all’immagine capovolta del reale che entrando dall’obiettivo lascia la sua impronta sui migliaia di pixel fotosensibili? Migliaia di sensori che in sinergico collegamento tra loro ci mostrano immagini reali ma nello stesso tempo reinterpretate e simboliche. Allora il tronco diventerebbe una colonna portante per uno dei nostri possibili ascendenti, uno di quei migliaia di bambini abbandonati e fortunatamente accolti nei secoli dalle strutture dell’Istituto. E i rami, sempre più sottili ma numerosi e intrecciati tra di loro, diventerebbe visualizzazione della società di oggi, il risultato della somma delle generazioni, del moltiplicarsi dei legami tra gli individui. Ogni albero genealogico è capovolto, senza nomi o titoli nobiliari, solo segni grafici – e fotografici – nel tentativo tutto immaginifico di ricostruire le tracce del percorso verso chi è stato prima di noi e di quelli prima ancora”. Un’ipotesi complessa e stratificata, dunque, una ricerca, potremmo dire, in perfetto stile Nicolò Quirico. Dopo le serie dedicate ai Promessi Sposi, a Bormio e al suo dialetto, al fiume Adda, al Nunzio Sidereo di Galileo Galilei, a una poetica e fatata “ora blu” popolata di animali immaginifici Quirico ha centrato di nuovo l’obiettivo, realizzando un’opera ben costruita e motivata ma che lascia anche ampio spazio all’immaginazione dello spettatore, subito attratto dagli sguardi, dai sorrisi, dai gesti dei bambini protagonisti ma anche dal taglio inusuale delle immagini e dalla straordinaria tangibilità degli alberi, la cui struttura è enfatizzata dalla scelta del bianco e nero, che esalta, in particolare, la texture della corteccia e il segno grafico dei rami. Anche la scelta della tecnica di stampa è raffinata e inconsueta: le immagini, di grandi dimensioni, sono realizzate con tecnologia ai pigmenti su un supporto misto fatto di carta e vernici, che dona loro un valore tattile, una matericità da opera dipinta su tela, più che da fotografia stampata.

Ma il progetto non finisce qui. Ancora una volta Quirico non ha voluto rinunciare al legame con la parola scritta, che caratterizza la maggior parte dei suoi lavori: il prof. Don Remo Bracchi, autore di una ricerca che raccoglie oltre 200 termini dialettali dell’Alta Valtellina per definire la parola “bambino”, ha composto, infatti, delle poesie, una per ciascuna immagine.
 

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Il dettaglio di un'opera.
 

 

Le Radici nel Vento

È quello dell’albero uno dei simboli più ricchi e più estesi. Mircea Eliade distingue sette interpretazioni principali, che tuttavia non considera esaustive. Tutte si raggrumano intorno all’idea del Cosmo vivo in perpetua rigenerazione. Simbolo della vita in evoluzione incessante, in ascesa fino al cielo, evoca intero il simbolismo della verticalità, D’altra parte serve ugualmente a simbolizzare il carattere ciclico del divenire cosmico: morte e rigenerazione. Soprattutto gli alberi dalla fronda caduca evocano un ciclo di eterno ritorno, per il fatto stesso che ogni anno si spogliano e si ricoprono di foglie. L’albero pone così in comunicazione i tre livelli del Cosmo: quello sotterraneo con le sue radici che vanno frugando tra le profondità nelle quali si inabissano; la superficie della terra con il suo tronco e i rami più bassi; le altezze con le sue ramificazioni più alte e la sua cima, attratta a sé dalla luce del cielo. Rettili di ogni famiglia si divincolano tra le sue radici, uccelli di ogni specie volano tra i suoi rami: l’albero mette in relazione il mondo ctonio e il mondo uranico. Raduna nel suo espandersi vivo tutti gli elementi: l’acqua circola nella sua linfa, la terra si integra nel suo corpo attraverso le sue radici, nell’aria alimenta le sue foglie, dal suo sfregamento scaturisce il fuoco.

Radicato nella terra, ma rivolto con i suoi rami verso il cielo, l’albero è, come l’uomo stesso, un’immagine dell’“essenza dei due mondi” e della creatura che concilia l’alto con il basso (su/giù). In molte culture antiche non solo vengono venerati determinati alberi o un intero boschetto come dimora di esseri soprannaturali (dei, spiriti della natura), ma spesso troviamo l’idea dell’albero quale asse del mondo attorno a cui è generalmente disposto l’universo: pensiamo all’albero cosmogonico Yggdrasil dei Germani settentrionali, oppure al sacro albero di Ceiba o di Yaxché dei Maya dello Yucatán, che cresce al centro del mondo e produce come suoi frutti gli strati del cielo, mentre in ciascuna delle quattro regioni del mondo un albero policromo di questo genere funge da pietra angolare del firmamento. Nella tradizione religiosa islamica ha una sua collocazione precisa quell’albero cosmico sulle cui foglie sono elencati i nomi di tutti gli uomini; l’angelo della morte Israfil riprende dal suolo quelle foglie che per volontà di Allah cadono, e chiama coloro che sulla terra sono destinati a morire.

La simmetria nella divisione dei regni potrebbe sembrare solo illusoria: se sono ovvi i motivi di affinità e dunque la necessità di contrasto e di distanza che si intuiscono tra l’uomo e il mondo animale, analoghi motivi non sembrano sussistere nei riguardi del mondo vegetale. Come potrebbe l’uomo vedervisi rispecchiato, quando ogni caratteristica definitoria umana (sangue, carne, respiro, mobilità) trova semmai nel vegetale non il suo omologo ma il suo esatto opposto? E invece i rapporti tra l’uomo e il vegetale sono fittissimi e degni di occupare le pagine di una storia che attende ancora di essere scritta. La più frequente metafora della vita è non un animale ma una pianta, un albero. Una puntuale equivalenza, tradotta visivamente nell’immagine dell’albero genealogico, lega il moltiplicarsi delle stirpi umane al riprodursi delle piante, degli alberi soprattutto: la richiamano termini come stirpe ‘radice, ramificazione’, ceppo, capostipite dal latino stipes ‘ceppo’, lignaggio, rampollo, virgulto in italiano, in veneziano le mìe raìse ‘la mia discendenza, i figli’, propriamente ‘le mie radici’, tedesco Stamm, inglese stem, francese souche. In cinese il carattere per mín ‘gli uomini, la popolazione, la gente, l’umanità’ mostra chiaramente, nella sua forma arcaica, la rappresentazione di un viluppo, una proliferazione di rami: giacché appunto come un crescere e distaccarsi di rami è vista la generazione umana.

Si pensi ai miti di creazione in cui gli uomini traggono la loro prima origine da una pianta. Da un unico tronco si ritengono tutti derivati i Maenge; da un primo clan uscito dall’albero si sono formati tutti gli altri, come rami. Del resto non sono gli uomini come alberi, che nascono, crescono e lentamente perdono di vigore? E non sono le donne la vegetazione bassa che cresce a fianco degli alberi? Così lo scorrere stesso del tempo è per i Maenge l’avvicendarsi delle fioriture delle diverse piante: un unico ritmo le lega e scandisce. Gli alberi sono oggetto di culto: il pino, il cipresso e altri sono venerati dai popoli turchi, che vi vedono un tramite con il cielo. Anche altre manifestazioni tipicamente umane possono essere estese alle piante, come il parlare; è comune che si ritenga la pianta capace di intendere la parola umana e a questo effetto le si rivolgano preghiere e incantesimi; così nel porre a dimora piante commestibili i Molpa della Nuova Guinea pronunciano incantesimi che ne migliorino la qualità e la forma; o si parla alle piante prima di tagliarle (Cuna). E persino le piante possono avere un sesso e da questo trarre le loro qualità, come nel caso dell’incenso maschio (tus masculum) di cui parlano gli antichi (Apuleio, Apol. 30; Plinio, Nat. hist. 12,61); possono essere raggruppate in ‘tribù’ (màla) e ‘fratellanze’ (kàmá), sulla base di caratteri comuni, come avviene presso i Gbaya ma’bo.

L’isomorfismo tra pianta ed essere umano può essere ancora più accentuato quando la pianta è, nel suo dar frutto, assimilata alla donna procreatrice; il ciclo della vita produttiva della donna è allora proiettato sulla vite produttrice della pianta (in lat. i nomi delle piante sono generalmente femminili, quelli dei frutti corrispondenti neutri). Ciò accade naturalmente per quelle piante che hanno una particolare rilevanza economica e simbolica, come la palma per gli abitanti delle oasi. Nelle oasi sahariane le denominazioni del ciclo della palma mostrano in modo trasparente le omologie col femminile; 1. arsa ‘pianta adolescente (che non ha ancora generato’);

2. ardha ‘ha offerto (il frutto)’, ardha marra o ardha zuj a seconda che abbia dato il primo o il secondo raccolto; 3. makarnafa ‘che è stata mondata del karnaf (la scorza secca e parassita che si forma intorno al tronco), dal 3° al 5° raccolto; 4. bikra ‘donna al suo primo parto’; 5. kebira ‘vecchia’; 6. arefa ‘impotente’. Dunque l’uomo proietta le sue caratteristiche sul mondo vegetale, e, all’inverso, se tale è il senso di questa citazione di Pausania (8,39,4). La tribù warramunga del nord dell’Australia crede che lo spirito dei bambini, piccolo come un granello d’arena, si nasconde nell’interno di certi alberi, da dove si separa alle volte per penetrare attraverso l’ombelico nel grembo materno.

Il lessico della coltivazione del castagno e della vite richiama in Valtellina quello della famiglia, e ci è dato di incontrare fiöl ‘figlio’ nel senso di ‘germoglio, pollone’, sfiölà ‘potare i tralci sterili’, a Chiuro e Castionetto bastüch ‘filare di viti che inizia in linea con gli altri, ma termina dopo un breve tratto’, da bastüch ‘figlio illegittimo; ragazzaccio’. I diminutivi s´ gars´ ölìn e s´ gars´ ölìna valgono, per traslato, ‘ragazzino e ragazzina’, ma in senso proprio designano il ‘germoglio’, il ‘virgulto’, dal lat. *cardio lum ‘piccolo cuore’. In modo parallelo l’abr. scacchiate è usato nell’accezione di ‘ragazzo’, da scacchiare ‘mondare la pianta dai rimessiticci’, denominale di catu lus ‘cagnolino’, a sua volta metafora con trasferimento del significato dal regno animale a quello vegetale, in cui il germoglio o il tralcio spuntati da poco sono visti come i cuccioli del cane. Il pensiero corre spontaneamente al Salmo 127,3: I tuoi figli come virgulti di olivo intorno alla tua mensa. Potrebbe entrare in questo raggruppamento anche il com. git ‘fanciullo’, se si riporta al verbo gettare nel senso di ‘germogliare’. Sempre nel comasco si può spigolare sciorscèl per ‘fanciullo, giovinetto’, alla lettera ‘fuscello, sarmento’, dal lat. surce llus dello stesso significato.

La ragazza dagli umori mutevoli è detta in italiano fraschetta. Come sinonimo troviamo in Valtellina scigàm(b)ola ‘ragazza’, propriamente ‘croco primaverile’, forse da cyclamen ‘ciclamino’, delineata con un tocco di eleganza floreale.

Numerosissime popolazioni indoeuropee ricavano il loro etnico da nomi di piante: i Peucetii raggruppamento messapico, da peuke - ‘pino’, i Grabaei della Dalmazia da grebhos- ‘quercia’, allo stesso modo dei Quarqueni della Venezia da *kwerkus, a sua volta da *perkwus ‘quercia’, gli Hercuniates tribù della Pannonia dal celtico ercunia ‘foresta di querce’, dalla medesima base indoeuropea, con la normale caduta della p-, i Dardani, da accostare all’albanese dardë ‘pero’, mentre gli Eburoni, Celti delle Ardenne sono ‘quelli del tasso’, gli Osi o Osones della Slesia, sia Celti, sia del gruppo della Pannonia sono ‘quelli del frassino’. Il nome dei Rugii, Germani che hanno occupato l’isola di Rügen nel Baltico, evocano quello germanico della ‘segale’; gli Audumbara, antico popolo del Panjab, ricavano la loro denominazione da una specie di ‘fico’. L’etnico di un popolo assai misterioso e mal localizzato della Spagna, celtico o ligure, testimoniato come Draganes richiama dei personali celtici che sembrano formati sul nome del ‘pruno’, in irlandese draigen.

Negli Upanishad l’Universo è un albero capovolto che affonda le proprie radici nel cielo e stende i suoi rami sopra tutta la terra. Secondo Eliade un’immagine simile potrebbe avere un significato solare. Il Rig-Veda precisa: fino a terra si prolungano i suoi rami, in alto si trova la radice. Che i suoi raggi scendano sopra di noi! Il Katha-Upanishad ne riporta l’eco: Questo Ashvattha eterno, le cui radici si estendono verso l’alto e i rami verso il basso è il puro, è il Brahmán, quello che chiamiamo la Non-Morte (Testi ricavati da G.R. Cardona, La foresta di piume. Manuale di etnoscienza, Roma-Bari 1985, pp. 117-118; J. Chevalier - A. Gheerbrant, Diccionario de los símbolos, Barcelona 1986, pp. 117 ss.; H. Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano 1989, pp. 15-19; B. Sergent, Les Indo-Européens. Histoire, langues, mythes, Paris 1995, p. 210; I. Pauli, «Enfant», «garçon», «fille» dans les langues romanes, Lund 1919, pp. 281-285).
 

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Il catalogo del progetto con le poesie di Don Remo Bracchi.


 

Simona Bartolena è laureata in Storia dell’arte presso l’Università Statale di Milano, ha pubblicato numerosi volumi per le più prestigiose case editrici italiane. I suoi testi sono stati tradotti in varie lingue straniere. Tra i principali: Manet, (Leonardo Arte, 2001). Monet, (Electa, 2001), Impressionisti (Mondadori 2002), Impressionismo, Guida Cultura, (Mondadori, 2002), Arte al femminile (Electa, 2003), Arte Moderna (Fabbri, 2003), Il Musée d’Orsay, (Mondadori, 2005), Omaggio agli impressionisti (Mondadori 2005), La guerra dell’Arte: La guerra è finita?, catalogo della mostra presso la Torciera di Villa Arese-Licini, Osnago (2006), Claude Monet, (Electa, 2007), Auguste Renoir (Electa, 2007), Henri de Toulouse-Lautrec, (Electa, 2007), Edouard Manet, (Electa, 2007), Carla Maria Maggi, (Skira, 2007), I capolavori del Musée d’Orsay (Mondadori Arte, 2008), Donne (Electa, I dizionari dell’arte, 2009, testi a due mani con Marta Alvarez), Brianza: terra d’artisti (Silvana Editore, 2009), Leonardo e Salaino (pubblicato in catalogo Must, Museo del Territorio di Vimercate, Electa 2011).
È consulente di numerosi Comuni, associazioni culturali e gallerie, per i quali cura esposizioni d’arte ed eventi.
Lavora attivamente con alcuni artisti contemporanei scrivendo per loro saggi di presentazione e testi critici e curando le loro esposizioni personali. L’ultima esposizione da lei curata, nel 2011, è Oltreluogo – da Gianni Colombo a Joseph Beuys, presso lo spazio espositivo Heart di Vimercate.
Da anni si occupa di iconografia – collaborando come ricercatrice con le principali case editrici milanesi – e di divulgazione, tenendo corsi, conferenze e seminari di argomento storico-artistico.
Attualmente è presidente dell’Associazione culturale Heart – Pulsazioni culturali e direttore artistico del centro culturale Heart – Spazio Vivo di Vimercate. www.associazioneheart.it

 

Prof. Don Remo Bracchi
Il Prof. Don Remo Bracchi è nato a Piatta di Valdisotto il 10 settembre 1943. Laureato in Lettere classiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1972. Conseguita la Licenza in Teologia a Roma, è stato ordinato sacerdote a Chiari il 28 maggio 1975. È Professore Ordinario di Glottologia e di Storia della Lingua Greca e Latina nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche presso l’Institutum Altioris Latinatis della Pontificia Università Salesiana di Roma. Poliglotta. Autore di centinaia di articoli su diversi argomenti glottologici e linguistici, si cura soprattutto dell’ambito intermedio tra linguistica ed etnografia (è da poco uscita a Tübingen una sua monografia dal titolo Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, nella prestigiosa collana dei Beihefte della Zeitschrift für romanische Philologie, Niemeyer 2009). Due suoi volumi dedicati a gerghi valtellinesi e valchiavennaschi sono stati editi dall’Accademia dei Lincei. È fondatore e Direttore del Bollettino Storico dell’Alta Valle e cofondatore e Presidente del Centro Studi Alta Valtellina e dell’IDEVV - Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Ha già pubblicato diverse raccolte di poesia e di drammi poetici ispirati a tradizioni e leggende dell’alta valle dell’Adda. Si è qualificato come vincitore di diversi premi di poesia. Con la sua carriera, i suoi studi, le sue consulenze in campo linguistico ha indubbiamente conseguito, come recita il Bando del Premio Lions d’Oro, significative benemerenze nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti, onorando così in modo straordinario il nome di Sondrio e della sua provincia in Italia e nel mondo. Nel 2010 è stato cooptato dal Presidente dell’Accademia delle Scienze della Germania, Prof. Dr. Günter Stock, come membro del Gremium internazionale di esperti per la valutazione del Lei - Lessico Etimologico Italiano diretto da Max Pfister e Wolfgang Schweickard. Nel 2011 è stato nominato Direttore della rivista scientifica internazionale Salesianum.

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