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Progetto dedicato alla città di Bormio in Alta Valtellina.

Le immagini fotografiche di oggi dialogano con il Vocabolario Bormino di Glicerio Longa del 1913 e le poesie inedite di Don Remo Bracchi.

Stampe fotografiche su carta prismatica, alluminio, vecchi legni e bulloni, pagine del Vocabolario Bormino. Opere in tiratura limitata, anno di produzione 2010. Dieci mostre in spazi pubblici e privati della Lombardia.


DAL CATALOGO DELLA MOSTRA

Mi è bastato poco per capire che il prezioso e singolare approccio scelto da Nicolò Quirico per realizzare il progetto Bormio pietre di carta aveva caratteristiche in sintonia con lo spirito di Temporary Art Gallery. Pensare l’arte e portare l’arte “in piazza” facendola uscire dai luoghi comunemente deputati a esposizioni, far partecipare e rendere facilmente fruibile una mostra a un maggior numero di visitatori è l’obiettivo e desiderio di entrambi: galleria e artista.

Temporary Art Gallery, è un progetto artistico nato nel 2008 da un’idea di Paola Sosio. L’aggettivo “temporary” è una vera e propria dichiarazione programmatica e allude all’approccio innovativo che la Galleria ha scelto per sviluppare un programma vivace ed inconsueto di sinergie e gemellaggi con gallerie e spazi alternativi, e per ospitare talenti emergenti accanto ad autori già affermati. Le caratteristiche distintive della Galleria sono la vocazione nomade delle sue iniziative, che possono essere ospitate ovunque.

Infatti, anche in questa occasione, la galleria ha scelto con l’artista una inedita formula di esposizione: presentare il progetto attraverso cinque mostre-anteprima in prestigiosi spazi pubblici e privati, e poi trasferire le opere di Bormio pietre di carta nelle vetrine di quaranta negozi del centro storico di Bormio, dando vita a un’iniziativa che dovrebbe poter essere l’inizio di un nuovo percorso.

Paola Sosio


Legni, bulloni e immagini
Roberto Mutti, Storico della fotografia

A Nicolò Quirico le limitazioni non piacciono. Per quanto si sia dimostrato capace di realizzare fotografie di qualità, non considera questo fatto un punto d’arrivo ma di partenza per la costruzione di un nuovo linguaggio comunicativo originale e inedito.

Apparentemente la sua ricerca è volta a trovare un dialogo che avvicini immagini e parole, ma se fosse solo così si troverebbe a ripercorrere le tracce già lasciate da altri. Per fare solo pochi esempi, possiamo ricordare il rapporto che ha avvicinato le fotografie di Robert Doisneau alle poesie di Jacques Prévert o il legame fra le immagini di Duane Michals e di Allen Ginsberg alla loro stessa scrittura che finisce per essere parte integrante delle fotografie.

Nicolò Quirico va volontariamente oltre perché per lui le parole e le immagini devono essere dotate di una fisicità fortemente connotata e il risultato finale deve emergere con una prorompente tridimensionalità.

Bormio pietre di carta, il suo più recente lavoro, tutte queste caratteristiche le possiede già nel titolo simbolicamente allusivo che anticipa l’affascinante risultato finale.

Tutto comincia con uno studio accurato dei vari elementi costitutivi: l’attenzione agli scorci paesistici adatti alla realizzazione delle riprese fotografiche, l’analisi di un libro ormai antico, il Vocabolario bormino pubblicato da Glicerio Longa nel 1913, alla ricerca dei termini più adeguati, i vari tentativi di assemblaggio con elementi e materiali diversi.

Il gusto per i particolari e una certa predilezione per la dimensione onirica sono buone guide in questo percorso dove tutto si trasforma: le immagini, anche grazie a una stampa accuratissima capace di restituire bagliori metallici, acquistano la forza evocativa delle parole mentre queste ultime si identificano con la pagina scritta che riporta, traslitterandoli, non solo i lemmi ma anche le cadenze, gli accenti, i ritmi delle parlate.

La strada si snoda parallela in modo così netto da mostrare molto chiaramente che le parole e le immagini di queste “stazioni” sono sfaccettature di una identica realtà, modi per dire le stesse cose con strumenti diversi.

Talvolta l’autore propone una sola immagine dotata di una grande forza evocativa: è il caso del primo piano del ricciolo metallico della ringhiera di un balcone che incornicia elegantemente un paesaggio, di una finestra spalancata su un’altra finestra, di una vecchia porta di legno tenuta chiusa da un bastone.

Più spesso Quirico accosta due immagini cercando analogie (i panni stesi e la lavandaia), continuità (il campo di grano e l’aia su cui è steso), contrasti dialettici (la strada in salita e quella in discesa).

Ma l’aspetto più intrigante riguarda l’inserimento di oggetti reali come pezzi di legno corrosi dal tempo, bulloni e rondelle metalliche che funzionano da cerniera, imprigionano in sequenze le fotografie, alludono a una realtà antica, quella cui il vocabolario dà ancora voce.


Al chioccolio della sorgente
di Don Remo Bracchi

Talvolta il cielo è così limpido, che le sue trasparenze si aprono molto al di là di quanto gli occhi siano in grado di indagare. Il suo dominio dall’alto è incontrastato. Ma ogni specchio d’acqua dal basso lo riproduce immenso, pur nella sua cerchia conchiusa. Ogni goccia può moltiplicare l’infinito. La grande volta assicura al di sopra di ogni altra immagine rifranta l’unità. Ogni frustolo abbagliato al di sotto, nella luce accolta, testimonia la propria appartenenza al tutto.

Ciascuna vetrina rimarrebbe un frammento smarrito, se il suo contenuto non costituisse un riflesso di un’altra realtà sconfinata nel tempo e nello spazio al di fuori di sé, se dal grande grembo compatto di cristallo, dove le nuvole si adagiano, non si generassero di volta in volta iconi che appartengono insieme al tempo che ci avvolge e a quello che già è scorso sotto il nostro peso galleggiante a fiore della sua onda.

Ogni cosa è diversa e ogni cosa è uguale, come le immagini riflesse sulle superfici iridescenti delle polle. Diverse nella vicinanza per l’accoglienza delle ombre che trascorrono sul fondale, singole nella loro individualità, ripetibile soltanto oltre il sogno, uguali nella lontananza, perché divenute un insieme senza più incrinature nel tutto, per la luce che spiove e avvolge all’intorno ogni sentiero.

Un presente senza passato è come una sorgente inaridita. Non porta più che il suo fango spento, senza trasparenze, senza più trasluminescenze. Un’usanza senza tradizione è una vena che non chioccola più, narrando dei fascini segreti delle sue lontananze. Non può più scorrere verso il futuro. Rimane immobile per sempre.

Talvolta il cielo è così limpido, che le sue trasparenze si aprono molto al di là di quanto gli occhi siano in grado di indagare. Il suo dominio dall’alto è incontrastato. Ma ogni specchio d’acqua dal basso lo riproduce immenso, pur nella sua cerchia conchiusa. Ogni goccia può moltiplicare l’infinito. La grande volta assicura al di sopra di ogni altra immagine rifranta l’unità. Ogni frustolo abbagliato al di sotto, nella luce accolta, testimonia la propria appartenenza al tutto.

Ciascuna vetrina rimarrebbe un frammento smarrito, se il suo contenuto non costituisse un riflesso di un’altra realtà sconfinata nel tempo e nello spazio al di fuori di sé, se dal grande grembo compatto di cristallo, dove le nuvole si adagiano, non si generassero di volta in volta iconi che appartengono insieme al tempo che ci avvolge e a quello che già è scorso sotto il nostro peso galleggiante a fiore della sua onda.

Ogni cosa è diversa e ogni cosa è uguale, come le immagini riflesse sulle superfici iridescenti delle polle. Diverse nella vicinanza per l’accoglienza delle ombre che trascorrono sul fondale, singole nella loro individualità, ripetibile soltanto oltre il sogno, uguali nella lontananza, perché divenute un insieme senza più incrinature nel tutto, per la luce che spiove e avvolge all’intorno ogni sentiero.

Un presente senza passato è come una sorgente inaridita. Non porta più che il suo fango spento, senza trasparenze, senza più trasluminescenze. Un’usanza senza tradizione è una vena che non chioccola più, narrando dei fascini segreti delle sue lontananze. Non può più scorrere verso il futuro. Rimane immobile per sempre..


Bormio, pietre di carta
Cristina Pedrana Proh, Ricercatrice storica

È quasi un ossimoro il titolo di questa originale mostra che pone a familiare colloquio frammenti visivi della realtà di oggi – che potrebbe essere quella di ieri – conparole, una volta quotidianamente usate, e brevi ma intensi testi poetici.

Pietre come segno della solidità del passato, ma anche come elemento fondante e costitutivo del presente, elemento reale e forte che rimane inalterato anche se impresso sulla carta che è leggera, volatile e fragile. Carta che fa da veicolo anche alle immagini poetiche di chi, cogliendo ispirazione da frammenti di vita, attraverso la dolcezza del dialetto bormino ci apre un mondo ben conosciuto ma ricco di nuove suggestioni.

Spiace quasi, invece di lasciarsi trasportare dai suoni, dalle immagini, dai ricordi, rompere questa magia con riflessioni e pensieri articolati, quindi mi limito aqualche breve impressione.

L’occhio di un fotografo non nativo della nostra valle, un occhio esterno, ha saputo cogliere con delicatezza e nel contempo con passione non vincolata al luogo alcune immagini del nostro paesaggio e così accade che particolari da sempre davanti agli occhi di chi vive Bormio,assumano una valenza nuova.

La visione distaccata dà rilievo ai contorni di elementi che spesso sono così presenti alla nostra vista da non esserequasi più avvertiti nella mente, proprio perché fanno parte di noi, del nostro geloso senso di identità. Allora la sollecitazione esterna provoca un “cambiamento avvertito” nella coscienza chesi trova a riflettere e a dare risposte prima di tutto a noi stessi e poi a chi ha provocato la sollecitazione, in una sorta di dialogo e confronto con l’altro che porta ad un autentico e profondo accrescimento personale e culturale.

L’omino fermafinestre, i giochi da bambino di ieri e di oggi, i doppi vetri delle luminose finestre, il profilo di montagne che sono dentro il cuore, gli angoli senza tempo dei vicoli, l’albergo del nonno già parrucchiere di S.A.R. il Conte di Torino, ora del tutto rifatto, l’affresco sopra l’ingresso del negozio di famiglia ormai chiuso, sono particolari che, insieme agli altri, scelti e interpretati dal fotografo, fanno parte di una vitache non è più solo personale e individuale ma davvero collettiva e comune, sono insomma patrimonio di un intero paese.

In aggiunta, l’accostamento o, meglio direi, la naturale fusione con le belle poesie di Don Remo Bracchi ed ilemmi del vocabolario del bormino Glicerio Longa coinvolgono e rendono attori partecipi di questa avventura coloro che, vivendo questi luoghi, esprimono le proprie esperienze ancora con la lingua immortalata nelle sue sfumature, diverse a seconda delle località, da Longa nel suo dizionario e da Ambrosina Rini Bläuer inGiunte al vocabolario di Bormio,tesi di laurea presso l’Università di Friburgo, pubblicata a Ginevra da Olschki nel 1924.

La presenza di questa lingua ancora quotidianamente utilizzata è segno di un legame profondo ed esclusivo all’interno della comunità. A Bormio il dialetto è parlato diffusamente e soprattutto le persone più anziane – ma anche molti giovani – lo usano in modo corretto e forbito, rispettosi del modo antico; altri si servono di un italiano dialettale o meglio dialettalizzano termini contemporanei.I ragazzi di oggi non sapranno forse neanche cosa sia unosófrik(zolfanello) e sarà facile sentirli chiedere unfiamìfere così la lingua, pur perdendo la sua colorita varietà, si fa nuova.

In questo caso il dialetto assume poi una forza straordinaria, perché diventa strumento di poesia che, aprendoci nuovi spiragli sul sistema della realtà, ci coinvolge totalmente

In conclusione, la nostra realtà è interpretata da un fotografo esterno, è circoscritta da parole di un tempo, ormai cristallizzate nel vocabolario, è evocata dalla forma poetica che, comunque, implica la presenza di un filtro tra l’emozione iniziale del poeta e l’espressione del messaggio, cioè tutte situazioni che presupporrebbero una sorta di distacco, di lontananza; eppure le emozioni che si provano sono molto forti e vanno aldilà dell’arbitrario sentimento personale verso una universalità di sentire che è propria dell’arte e che è un bene sia di chi vive il paese sia di chi lo vede dal di fuori.


Già oltre...
di Simona Bartolena, Storico dell'arte

Con leggerezza, con apparente semplicità, Nicolò Quirico suggerisce spunti di riflessione su temi che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi e che evidentemente non abbiamo mai considerato abbastanza. Intreccia le immagini al linguaggio, lo studio alla suggestione di un momento; mette a fuoco associazioni di idee, rendendole visibili; gioca – spesso con un sorriso, ma mai con irriverenza – con il ricordo, con la cultura della tradizione, con i luoghi che lo circondano, con gli oggetti della quotidianità, trasformandoli in pensiero e in poesia. E questa serie dedicata a Bormio – un vero e proprio viaggio nel tempo, che accosta passato e futuro, tradizione e cultura del presente – rappresenta solo una delle possibili declinazioni della sua ricerca. Con straordinaria sensibilità, infatti, Quirico osserva i luoghi che lo circondano: si tratti della città di Milano o del lungo Adda, poco importa. Li osserva e li elabora, li guarda con occhio nuovo, li associa a un pensiero letterario, li ritrae sotto una nuova luce… trovando sempre la giusta chiave di lettura. Il profondo legame con il territorio (e con le sue tradizioni e la sua cultura) è certamente uno dei punti di forza dell’opera di Nicolò, sempre in bilico tra raffinato divertissement intellettuale e ricerca fotografica e iconografica.

Questa attenzione verso il territorio – un territorio che, indiscutibilmente, merita una riscoperta dal punto vista storico, culturale e naturalistico – lo ha portato ad aderire con entusiasmo a Qui, già, oltre, progetto teso a valorizzare l’arte nella Brianza del nord-est, interpretandone correttamente il pensiero di fondo: guardarsi intorno, risvegliare l’ambiente culturale di un’area da questo punto di vista troppo spesso sottovalutata, per poi andare “oltre”, aprendo i confini, mescolando gli sguardi e i pensieri. Proprio come i lavori di Nicolò, che fanno riflettere su qualcosa che ci è molto vicino, che ci appartiene, invitandoci a riconsiderare ciò che è famigliare con altri occhi. Per poi capire meglio anche ciò che famigliare non è, e scoprire, magari, che anche il cosmo, all’apparenza tanto lontano e irraggiungibile, è comunque parte del nostro universo quotidiano, con quelle stelle che somigliano tanto ai cristalli dei lampadari appesi in un negozio di antiquariato.


Prof. Don Remo Bracchi

Il Prof. Don Remo Bracchi è nato a Piatta di Valdisotto il 10 settembre 1943. Laureato in Lettere classiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1972, è stato ordinato sacerdote salesiano a Chiari il 28 maggio 1975. è Professore Ordinario di Glottologia e di Storia della Lingua Greca e Latina nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche presso l’Institutum Altioris Latinatis della Pontificia Università Salesiana di Roma. Poliglotta. Autore di centinaia di articoli su diversi argomenti glottologici e linguistici, si cura soprattutto dell’ambito intermedio tra linguistica ed etnografia (è appena uscito a Tübingen il volume Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, nella prestigiosa collana dei Beihefte della Zeitschrift für romanische Philologie, Niemeyer 2009). Fondatore e Direttore del Bollettino Storico dell’Alta Valle e cofondatore e Presidente del Centro Studi Alta Valtellina e dell’IDEVV - Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Con la sua carriera, i suoi studi, le sue consulenze in campo linguistico ha indubbiamente conseguito, come recita il Bando del Premio Lions d’Oro, significative benemerenze nel campo delle lettere, delle scienze e delle arti, onorando così in modo straordinario il nome di Sondrio e della sua provincia in Italia e nel mondo.

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