Radici Genealogiche

Non conoscere ciò che accadde prima che nascessimo, è come rimanere sempre fanciulli
(Cicerone)

Una bimba, capelli corti e cerchietto in testa, sì e no due anni d’età, ci tende una mano, piena di allegria e di fiducia. Un’altra, mani sopra la testa e gamba piegata, ci regala un bel sorriso, uno di quei sorrisi che scaldano il cuore. I più grandicelli scelgono atteggiamenti teatrali, smorfie, passi di danza, sorrisetti furbi. Una passerella gioiosa e divertente, spontanea e sincera, come l’infanzia ha il diritto di essere. Sono bambini qualunque, figli di amici e conoscenti, felici di posare per l’obiettivo fotografico, di essere protagonisti, di comunicare la propria gioia di vivere. A render più complessa la semplicità di fondo di queste immagini, a turbarne l’apparente immediatezza visiva, intervengono, però, due elementi: il punto di vista fortemente scorciato, dall’alto verso il basso, che deforma le figure e, soprattutto, il fatto che i piedini dei bambini poggino sul tronco di un albero rovesciato.
È l’inconfondibile cifra stilistica di Nicolò Quirico, la sua raffinatezza compositiva, la sua capacità di modificare il senso di immagini comuni trasformandole in opere concettuali, il suo modo di giocare con la memoria e con le citazioni colte, senza farlo pesare, con leggerezza, ironia e una profonda e invidiabile intelligenza.
Radici genealogiche nasce da una duplice suggestione: la storia del luogo per cui è nato il progetto (un ex orfanotrofio in Toscana) – e l’idea, tutta munariana, dell’albero come simbolo di vita e procreazione. “Finalmente l’inverno è finito e dalla terra, dove era caduto un seme, sbuca un filo verticale verde. Il sole comincia a farsi sentire e il segno verde cresce”, scriveva Munari nel suo splendido Disegnare un albero, “È un albero, ma nessuno lo riconosce adesso, così piccolo. Man mano che cresce però, si ramifica, ogni anno gli spunteranno le gemme sui rami, dalle gemme sbucheranno altri rami, dai rami altre foglie e via di seguito. Dopo qualche anno, quel filo verde di prima è diventato un bel tronco pieno di rami. Più avanti ancora avrà costruito una grande ramificazione sulla quale farà sbucare foglie, fiori e frutti; d’autunno spargerà attorno a sé i suoi semi, alcuni cadranno sotto di lui, altri saranno portati lontano dal vento. In ogni posto dove sarà caduto un seme, nascerà un altro albero simile a lui”. Ed eccolo l’albero di Munari: è diventato un piedistallo per i piedini delle generazioni future. Il suo tronco è la memoria del passato, le sue fronde si protendono verso il domani, come i sorrisi sinceri di quei bimbi che sembrano nascere dalle sue radici, o per meglio dire sembrano diventare loro stessi radici, simbolo al contempo della memoria di un passato che ancora ci riguarda e di un futuro molteplice e complesso come i rami, sottili e numerosi, che dal tronco si sviluppano: un omaggio alle centinaia di bimbi che hanno trovato ricovero e protezione nell’antico orfanotrofio e uno sguardo al nostro domani.
Ma la riflessione di Quirico non si ferma qui. “E se l’albero assomigliasse alla fotografia?”, si chiede l’artista, “Se assomigliasse all’immagine capovolta del reale che entrando dall’obiettivo lascia la sua impronta sui migliaia di pixel fotosensibili? Migliaia di sensori che in sinergico collegamento tra loro ci mostrano immagini reali ma nello stesso tempo reinterpretate e simboliche. Allora il tronco diventerebbe una colonna portante per uno dei nostri possibili ascendenti, uno di quei migliaia di bambini abbandonati e fortunatamente accolti nei secoli dalle strutture dell’Istituto. E i rami, sempre più sottili ma numerosi e intrecciati tra di loro, diventerebbe visualizzazione della società di oggi, il risultato della somma delle generazioni, del moltiplicarsi dei legami tra gli individui. Ogni albero genealogico è capovolto, senza nomi o titoli nobiliari, solo segni grafici – e fotografici – nel tentativo tutto immaginifico di ricostruire le tracce del percorso verso chi è stato prima di noi e di quelli prima ancora”. Un’ipotesi complessa e stratificata, dunque, una ricerca, potremmo dire, in perfetto stile Nicolò Quirico. Dopo le serie dedicate ai Promessi Sposi, a Bormio e al suo dialetto, al fiume Adda, al Nunzio Sidereo di Galileo Galilei, a una poetica e fatata “ora blu” popolata di animali immaginifici Quirico ha centrato di nuovo l’obiettivo, realizzando un’opera ben costruita e motivata ma che lascia anche ampio spazio all’immaginazione dello spettatore, subito attratto dagli sguardi, dai sorrisi, dai gesti dei bambini protagonisti ma anche dal taglio inusuale delle immagini e dalla straordinaria tangibilità degli alberi, la cui struttura è enfatizzata dalla scelta del bianco e nero, che esalta, in particolare, la texture della corteccia e il segno grafico dei rami. Anche la scelta della tecnica di stampa è raffinata e inconsueta: le immagini, di grandi dimensioni, sono realizzate con tecnologia ai pigmenti su un supporto misto fatto di carta e vernici, che dona loro un valore tattile, una matericità da opera dipinta su tela, più che da fotografia stampata.
Ma il progetto non finisce qui. Ancora una volta Quirico non ha voluto rinunciare al legame con la parola scritta, che caratterizza la maggior parte dei suoi lavori: il prof. Don Remo Bracchi, autore di una ricerca che raccoglie oltre 200 termini dialettali dell’Alta Valtellina per definire la parola “bambino”, ha composto, infatti, delle poesie, una per ciascuna immagine.






Simona Bartolena è laureata in Storia dell’arte presso l’Università Statale di Milano, ha pubblicato numerosi volumi per le più prestigiose case editrici italiane. I suoi testi sono stati tradotti in varie lingue straniere. Tra i principali: Manet, (Leonardo Arte, 2001). Monet, (Electa, 2001), Impressionisti (Mondadori 2002), Impressionismo, Guida Cultura, (Mondadori, 2002), Arte al femminile (Electa, 2003), Arte Moderna (Fabbri, 2003), Il Musée d’Orsay, (Mondadori, 2005), Omaggio agli impressionisti (Mondadori 2005), La guerra dell’Arte: La guerra è finita?, catalogo della mostra presso la Torciera di Villa Arese-Licini, Osnago (2006), Claude Monet, (Electa, 2007), Auguste Renoir (Electa, 2007), Henri de Toulouse-Lautrec, (Electa, 2007), Edouard Manet, (Electa, 2007), Carla Maria Maggi, (Skira, 2007), I capolavori del Musée d’Orsay (Mondadori Arte, 2008), Donne (Electa, I dizionari dell’arte, 2009, testi a due mani con Marta Alvarez), Brianza: terra d’artisti (Silvana Editore, 2009), Leonardo e Salaino (pubblicato in catalogo Must, Museo del Territorio di Vimercate, Electa 2011).
È consulente di numerosi Comuni, associazioni culturali e gallerie, per i quali cura esposizioni d’arte ed eventi.
Lavora attivamente con alcuni artisti contemporanei scrivendo per loro saggi di presentazione e testi critici e curando le loro esposizioni personali. L’ultima esposizione da lei curata, nel 2011, è Oltreluogo – da Gianni Colombo a Joseph Beuys, presso lo spazio espositivo Heart di Vimercate.
Da anni si occupa di iconografia – collaborando come ricercatrice con le principali case editrici milanesi – e di divulgazione, tenendo corsi, conferenze e seminari di argomento storico-artistico.
Attualmente è presidente dell’Associazione culturale Heart – Pulsazioni culturali e direttore artistico del centro culturale Heart – Spazio Vivo di Vimercate. www.associazioneheart.it