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PhotoParis

Catalogo con testo critico di Alessandra Frosini
Catalogue avec le texte par Alessandra Frosinii
Catalog with critical text by Alessandra Frosini

Stampa fotografica su collage di pagine di libri d’epoca, 2010-2015
Impression photo sur un collage de pages de livres d’époque, 2010-2015
Photographic print on a collage of vintage book pages, 2010-2015

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Ritratti parigini

di Alessandra Frosini

“Parigi è solo un sogno1” di una vita segreta che anima la città, fatta delle storie, della letteratura, della musica e del passato che si fonde col presente e di cui si nutre, con grande forza, la presenza irriducibile e corporea della città. Una poesia irripetibile che ha intriso inevitabilmente le pietre di una città in continua trasformazione, che ha ispirato nei secoli un numero infinito di artisti e scrittori e che Nicolò Quirico ha saputo guardare ed interpretare attraverso il suo occhio interiore, per restituirci un distillato di storia e vitalità, svelando all’esterno l’interno delle cose. 

Nel ciclo delle opere dal titolo PhotoParis, presentate per la prima volta al pubblico, quella che osserviamo è una vita pronta ad animarsi, con modalità inaspettate e sorprendenti, in un modo molto simile a quanto accade ne La boîte à joujoux di Claude Debussy, suggestione da cui parte il lavoro di Quirico sulla ville lumière. Nel balletto di Debussy, destinato all’infanzia per il teatro delle marionette, i giocattoli, approfittando della quiete della notte, escono dalla scatola in cui sono rinchiusi per vivere la loro vita autonoma rispetto a quella “conosciuta” dagli umani, ma in larga misura parallela, in cui si susseguono amori, battaglie e scontri. 

Sotto le lenti di questa doppia vita si animano anche le opere di Photo Paris, dominate da “teatranti urbani” e “giocattoli silenziosi”, mossi da un “burattinaio” immaginario nello spazio occupato da edifici visionari che ci sorprendono per le loro architetture e per gli scorci arditi con cui vengono proposti dall’artista allo sguardo di tutti noi: edifici-balena o palazzi-razzi, fabbricati che si pongono in relazione come domanda e risposta, o che vivono in comunanza o in opposizione di vedute e volumi. 

Parigi si anima così, vivendo una doppia realtà di città reale e sognata, la cui magia sembra accendersi nelle figure colorate che la popolano: sculture, installazioni e figure di cui è ricca la città e che vivono apparentemente sopite, ma pronte a venir scoperte dall’occhio filtrato dalla fotografia. Ecco che al posto dei soldatini e delle bambole, le presenze sono costituite dal ragno rosso di Alexander Calder o dai personaggi di Joan Mirò, dalle figure di Jean Tinguely e Niki de Saint-Phalle nella fontana del Beaubourg o dai tubi dello stesso centre Pompidou, dalle edicole d’ingresso liberty della metro di Parigi di Hector Guimard, o dalle sedie verdi del Jardin des Tuileries. Ogni forma concreta e visibile ed ogni particolare architettonico è parte di un labirinto, segno di una prospettiva che lo sguardo contempla attento per trovare, dopo lenta osservazione, la traccia di un percorso nascosto.

Così riusciamo a percepire le voci che provengono dai palazzi apparentemente muti, di un’architettura che dovrebbe, in quanto disciplina dell’organizzazione dello spazio dell’essere umano, parlare attraverso le sue forme della vita di chi la anima. I palazzi diventano dunque contenitori che contengono, anch’essi boîte à joujoux, i giocattoli-cittadini, assenti da queste immagini, presenze vaghe e nascoste, ma di cui possiamo intuire le voci, pronte a parlarci attraverso l’architettura. 

Alla lettura vera e propria dell’immagine, basata su criteri estremamente razionali e misurati, si aggiunge questa lettura evocativa, che rimanda alla memoria e alle possibilità legate all’esistenza stessa. Se in un primo momento può sembrare che Quirico voglia focalizzare l’attenzione su un oggetto preciso, poi ci accorgiamo che l’intento è quello di condurci in un mondo aperto e sospeso, dove ogni elemento, mostrando se stesso, mostra anche un oltre,  rimanda ad un legame infinito di sottili corrispondenze, che siamo invitati a ricercare. È come se l’inquadratura si aprisse su un altrove che trascina lo sguardo dentro le cose e l’interno delle cose verso lo sguardo, dilatandolo in ogni direzione. 

Come in un microcosmo, ogni sua immagine contiene qualcosa che oltrepassa il tempo contingente e il nostro razionalismo narcisista, sempre teso a piegare la realtà alle nostre aspettative. La ricerca è orientata verso un vedere dominato da movimenti dello sguardo che si nutrono di tempi lenti, quasi meditativi, capaci di addentrarsi nelle pieghe della realtà per far emergere l’eco di ricordi nuovi e di esperienze quasi rimosse.

Le opere di Quirico sono contrazioni dell’immagine reale con quella sognata e con quella costruita, immagini cifrate con molte possibilità di lettura da intuire e scoprire, partendo dall’orizzonte di una città. Sono antidoti alla velocità di consumo delle immagini odierne, che si attuano suggerendoci delle partenze, affidandoci una sorta di “assaggio” che dà conto della totalità senza doverla ledere, ma anzi innescando una riflessione sulle possibili realtà che s’incrociano. Per questo le fotografie sono individuate in uno schema di assi cartesiani che ccreano un reticolo geometrico di prospettive precise e meditate in cui le immagini diventano metafora di un percorso razionale e umano, dentro l’infinita molteplicità dell’esperienza.

In PhotoParis Quirico si confronta con una città che è da sempre nel cuore dell’immaginario collettivo e che annovera una lista quasi infinita di sguardi e cuori catturati dal suo fascino. La fotografia, nata proprio qui sulle rive della Senna, ha nutrito la città di un amore corrisposto, e tanti fotografi hanno ritratto Parigi attraverso le sue molteplici forme: a cominciare da Daguerre, inventore insieme a Niépce di questa nuova forma d’arte, passando poi per Marville, Atget, Lartigue, Brassaï, Kertész, Ronis, Doisneau, Capa, Cartier-Bresson, Erwitt e molti altri. 

La voce di Quirico si aggiunge chiara a queste, con una ricerca che non è focalizzata su una condizione della quotidianità dentro cui misurarsi; le sue sono immagini che ci catturano perché guardano la città negli occhi, senza concessioni al volutamente bello, chiamandoci ad una scoperta nuova, che può avvenire su molteplici livelli. Del resto il processo della visione è sempre ambiguo e mai chiuso e come in altre suoi cicli (London Calling, per esempio), le costruzioni che realizza hanno un’infinita possibilità di rimandi, attraverso le immagini e le parole scritte, attraverso il rapporto che lega la realtà al suo passato e al suo futuro e alle sue possibili interpretazioni. Anche la tecnica è quella a cui ci ha abituato Quirico, uno dei suoi marchi distintivi: una complessa struttura di riprese multiple ricomposte in un collage e stampate su fogli di vecchi libri, opere uniche che in questo caso trovano come “base” i libri comprati sulle bancherelle lungo la Senna. Testi non solo in francese, di letteratura, di arte, ma anche d’ingegneria, resi indistinguibili e illeggibili per lo più, che vanno a costituire l’anima nascosta che affiora a tratti, delle opere che realizza. 

L’immagine nasconde così l’evidenza di una connotazione legata al linguaggio verbale, in cui la sovrapposizione fra segni iconoci e non iconoci trova un equilibrio sapiente, che si concretizza come presenza visiva in grado di considerare la vita delle forme e delle persone. Un modo per  travalicare il linguaggio della fotografia e ritrovare il tempo di uno sguardo approfondito per poter  giungere a comprendere il “funzionamento” dell’opera, il gioco sottile di rimandi esistenti. Le pagine dei libri che stanno alla base delle opere creano un flusso di voci indistinguibili, memoria e vita al tempo stesso, che le sostanziano e ne diventano struttura, rendendole pezzi unici.

In un gioco a ritroso, alla fine del nostro percorso siamo giunti all’opera-installazione scelta anche come immagine di copertina di questo catalogo: il flusso di voci si concretizza in un “palazzo di parole” e viene proiettato all’esterno, indirizzandoci in rue Simon-Crubellier n.11, la via immaginaria del palazzo inesistente pensato da Georges Perec nel suo romanzo La vie mode d’emploi. Le vicende di questo “iperromanzo” si svolgono in un caseggiato composto da dieci piani di dieci stanze ognuno a formare un biquadrato di cento elementi, la cui facciata anteriore permette la visione immediata e simultanea di ogni stanza. Nel racconto, che procede secondo lo schema del movimento del cavallo nel gioco degli scacchi, ogni stanza verrà toccata, tranne una, che resterà l’unica a non essere mai occupata da alcuna vicenda narrata dei cento anni di vita dell’edificio. Cento foto comporranno l’edificio-simulacro di  rue Crubellier n.11, gioco di allestimento e di segni che s’incrociano, nella volontà di distinguere e vedere oltre l’immagine: “L’essere o il nulla, ecco il problema. Salire, scendere, andare, venire; tanto fa l’uomo che alla fine sparisce. Un tassi lo reca, un metrò lo porta via, la torre non ci bada e il Pànteon neppure. Parigi è solo un sogno2”. 

1-2  R. Queneau, Zazie nel metro, Einaudi, Torino 1970, p. 67.

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Portraits parisiens

par  Alessandra Frosini

« Paris n’est qu’un songe1 » d’une vie secrète qui anime la ville, faite d’histoires, de littérature, de musique et d’un passé qui se fond avec le présent et dont se nourrit, avec une grande force, la présence irréductible et corporelle de la ville. Une poésie unique qui a imprégné inévitablement les pierres d’une ville en permanente transformation, qui a inspiré au cours des siècles un nombre infini d’artistes et d’écrivains et que Nicolò Quirico a su regarder et interpréter par son œil intérieur, afin de nous rendre un distillat d’histoire et de vitalité, en dévoilant à l’extérieur la partie intime des choses. 

Dans le cycle des œuvres titrées Photo Paris, présentées pour la première fois au public, ce que nous observons est une vie prête à s’animer, de manières inattendues et surprenantes, d’une façon très semblable à ce qui se passe dans La boîte à joujoux de Claude Debussy, suggestion d’où commence le travail de Quirico sur la ville lumière. Dans le ballet de Debussy, consacré à l’enfance pour le théâtre des marionnettes, les joujoux, en profitant du calme de la nuit, sortent de la boîte où ils sont enfermés pour vivre leur vie autonome par rapport à celle « connue » par les êtres humains, mais dans une large mesure parallèle, où se succèdent des amours, des batailles et des accrochages. 

Sous les lentilles de cette double vie s’animent également les œuvres de Photo Paris, dominées par des « acteurs de théâtre urbains » et des « joujoux silencieux ». Ils sont bougés par un « marionnettiste » imaginaire dans l’espace occupé par des bâtiments visionnaires qui nous surprennent pour leurs architectures ainsi que pour les vues originales avec lesquelles ils sont proposés par l’artiste au regard de nous tous : des bâtiments-baleines ou des palais-fusées, des immeubles qui se mettent en relation entre eux comme question et réponse ou qui vivent en communauté ou en opposition en termes de vues et de volumes. 

Paris s’anime ainsi, en vivant une double réalité de ville réelle et rêvée, dont la magie semble s’allumer dans les figures colorées qui la peuplent : des sculptures, des installations et des figures dont la ville est riche et qui vivent apparemment apaisées, mais qui sont prêtes à être découvertes par l’œil filtré de la photographie. Et voilà, au lieu des petits soldats et des poupées, les présences sont représentées par l’araignée rouge d’Alexander Calder ou par les personnages de Joan Mirò, par les figures de Jean Tinguely et Niki de Saint-Phalle dans la fontaine du Beaubourg ou par les tuyaux du centre Pompidou, par les kiosques aux entrées art nouveau du métro de Paris de Hector Guimard, ou encore par les chaises vertes du Jardin des Tuileries. Chaque forme concrète et visible et chaque détail architectural deviennent partie intégrante d’un labyrinthe, symbole d’une perspective que le regard contemple attentivement afin de trouver, après une lente observation, la trace d’un parcours caché.

De cette manière nous arrivons à percevoir les voix provenant de palais apparemment muets, à une architecture qui, en tant que discipline de l’organisation de l’espace de l’être humain, devrait parler au travers de ses formes de la vie de ceux qui l’animent. Les palais deviennent donc des conteneurs, eux aussi des boîtes à joujoux, qui contiennent les joujoux-citoyens, absents de ces images, des présences floues et cachées dont nous pouvons quand même deviner les voix, prêtes à nous parler par le biais de l’architecture. 

À la véritable lecture de l’image, basée sur des critères extrêmement rationnels et mesurés, s’ajoute également cette lecture évocatoire, qui renvoie à la mémoire et aux possibilités liées à l’existence même. Si au départ nous avons l’impression que Quirico désire focaliser l’attention sur un objet précis, ensuite nous nous rendons compte que son intention est celle de nous amener dans un monde ouvert et en suspens, où chaque élément, en se montrant, montre également un au-delà et renvoie à un lien infini de correspondances subtiles, que nous sommes invités à rechercher. C’est comme si le cadrage s’ouvrait sur un ailleurs qui traîne le regard dans les choses et l’intérieur des choses vers le regard, en le dilatant vers toute direction. 

Comme dans un microcosme, chacune de ses images contient quelque chose qui va au-delà du temps contingent et de notre rationalisme narcissique, toujours tendu à plier la réalité à nos attentes. La recherche est orientée vers une façon de voir dominée par les mouvements du regard, qui se nourrissent de temps lents, presque méditatifs, à même de s’enfoncer dans les plis de la réalité pour faire émerger l’écho de souvenirs et d’expériences presque refoulés.

Les œuvres de Quirico sont des contractions de l’image réelle avec l’image rêvée et celle construite, des images chiffrées avec plusieurs possibilités de lecture à deviner et à découvrir, en partant de l’horizon d’une ville. Il s’agit d’antidotes contre la vitesse de consommation des images actuelles, qui se réalisent en nous suggérant des départs, en nous confiant une sorte d’« aperçu » montrant la totalité sans devoir la léser, mais au contraire en déclenchant une réflexion sur les potentielles réalités qui se croisent. Voilà pourquoi les photographies sont insérées dans un schéma d’axes cartésiens qui créent un réticule géométrique de perspectives précises et méditées où les images deviennent métaphore d’un parcours rationnel et humain, dans la multiplicité infinie de l’expérience.

Dans Photo Paris, Quirico se mesure avec une ville qui est depuis toujours au cœur de l’imaginaire collectif et qui compte une liste presque infinie de regards et de cœurs capturés par son charme. La photographie, née justement ici sur les bords de la Seine, a nourri la ville d’un amour partagé et beaucoup de photographes ont représenté Paris au travers de ses multiples formes : à commencer par Daguerre, inventeur avec Niepce de cette nouvelle forme d’art, en passant ensuite par Marville, Atget, Lartigue, Brassaï, Kertész, Ronis, Doisneau, Capa, Cartier-Bresson, Erwitt et beaucoup d’autres. 

La voix de Quirico s’ajoute claire à celles-ci, avec une recherche n’étant pas focalisée sur une condition de la quotidienneté dans laquelle se mesurer ; les siennes sont des images qui nous ravissent car elles regardent la ville dans les yeux, sans aucune concession à l’intentionnellement beau, en nous appelant à une nouvelle découverte, qui peut avoir lieu sur plusieurs niveaux. 

D’ailleurs, le processus de vision est toujours ambigu et jamais fermé et comme dans d’autres de ses cycles (London Calling, par exemple), les constructions qu’il réalise ont une possibilité infinie de renvois, au travers des images et des mots écrits, au travers du rapport qui lie la réalité à son passé et à son futur ainsi qu’à ses possibles interprétations. 

Même la technique est celle à laquelle Quirico nous a habitués, une de ses marques distinctives : une structure complexe de reprises multiples recomposées dans un collage et imprimées sur les feuilles de vieux livres, des œuvres uniques qui, dans ce cas, trouvent comme « base » les livres achetés sur les étalages le long de la Seine. Des textes, non seulement en français, de littérature, d’art, mais également d’ingénierie, rendus tout au plus indiscernables et illisibles, qui constituent l’âme cachée, qui par moments se fait jour, des œuvres qu’il réalise. 

L’image cache ainsi l’évidence d’une connotation liée au langage verbal, où la superposition entre signes iconiques et non iconiques trouve un équilibre sage, qui se concrétise comme présence visuelle à même de considérer la vie des formes et des personnes. Une façon pour franchir le langage de la photographie et retrouver le temps d’un regard approfondi afin de pouvoir comprendre le « fonctionnement » de l’œuvre, le jeu subtil de renvois existants. Les pages des livres à la base des œuvres créent un flux de voix indiscernables, de mémoire et de vie en même temps, qui les matérialisent et en deviennent la structure, en les rendant des pièces uniques.

Dans un jeu à rebours, à la fin de notre parcours nous sommes arrivés à l’œuvre-installation choisie même comme image de couverture de ce catalogue : le flux de voix se concrétise dans un « palais de mots » et est projeté vers l’extérieur, en nous orientant vers rue Simon-Crubellier n. 11, la rue imaginaire du palais inexistant conçu par Georges Perec dans son roman La vie mode d’emploi. Les événements de cet « iper-roman » se déroulent dans un pâté de maisons de dix étages de dix pièces chacun formant un bicarré de cents éléments, dont la façade avant permet la vision immédiate et simultanée de chaque pièce. 

Dans le récit, qui procède selon le schéma du mouvement du cheval dans le jeu des échecs, chaque pièce sera touchée, exception faite pour une, qui restera la seule à n’être jamais occupée par aucun des événements racontés des cents années de vie du bâtiment. Cent photos composeront le bâtiment-simulacre de rue Crubellier n. 11, un jeu de préparations et de signes qui se croisent ayant comme but la volonté de distinguer et de voir au-delà de l’image : « L’être ou le néant, voilà la problème. Monter, descendre, aller, venir ; tant fait l’homme que finalement disparaît. Un taxi l’emmène, un métro l’emporte, la tour n’y prend garde, ni le Panthéon. Paris n’est qu’un songe2 ». 

1-2  R. Queneau, Zazie nel metro, Einaudi, Torino 1970, p. 67. 

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Parisian portraits

by  Alessandra Frosini

“Paris is but a dream1” of a secret life that animates the city, made of stories, literature, music, of the past that merges with the present and of which, with great force, the irreducible and corporeal presence of the city is nourished. A unique poem that has inevitably imbued the stones of a city in constant transformation, that has inspired countless artists and writers over the centuries; Nicolò Quirico has been able to look at it and interpret it, through his inner eye, in order to offer us a distillate of history and vitality, revealing outside the inside of things. 

In the series of works entitled Photo Paris, presented for the first time to the public, what we observe is a life ready to come alive unexpectedly and surprisingly, in a very similar way as it happens in La boîte à joujoux by Claude Debussy, a suggestion from which Quirico’s work on the Ville Lumière starts. In Debussy’s ballet, intended for the puppet theatre dedicated to children, the toys, taking advantage of the quiet of the night, come out of the box in which they are confined to live their independent lives, different from the one “known” by human beings, but to a large extent parallel to it, in which loves, battles and fights happen. 

Under the lens of this double life, the works of PhotoParis also liven up, dominated by “urban theatre actors” and “silent toys”, moved by an imaginary “puppeteer” in the space occupied by visionary buildings that surprise us with their architecture and the daring glimpses with which they are proposed by the artist to the gaze of all of us: whale-buildings or rocket-palaces, constructions that are in relation among themselves, as a question and an answer, or that live in community or in an opposition of views and volumes. 

Paris livens then up, experiencing the double reality of a real and dreamed city, whose magic seems to light up in the colourful figures that populate it: sculptures, installations and figures that abound in the city and that are apparently dormant, tough are ready to be discovered by the eye filtered from photography. Thus, instead of toy soldiers and dolls, are the red spider by Alexander Calder or Joan Miró’s characters, as well as the figures by Jean Tinguely and Niki de Saint-Phalle in the Beaubourg fountain or from the pipes of the Centre Pompidou, from the Art Nouveau entrance news-stands of the metro by Hector Guimard, or the green chairs of the Jardin des Tuileries. Any tangible and visible form and every architectural detail is part of a labyrinth, a sign of a perspective that gaze carefully contemplates in order to find, after slow observation, the trace of a hidden path.

Thus we can perceive the voices coming from the apparently dumb palaces, of an architecture that should, as a discipline of the space organization of human beings, speak through its forms of the life of those who animate it. The palaces thus become containers, boîte à joujoux, for the citizens-toys, absent from these images, vague and hidden presences, of which we can just grasp the voices, ready to talk to us through the architecture. 

To the true reading of the image, on the basis of extremely rational and measured criteria, this evocative reading is added, which refers to the memory and the possibilities related to the very existence. 

At first it may seem that Quirico wants to focus the attention on a precise object, but then we realize that the intent is to lead us into an open and suspended world, where each element, showing itself, also shows something beyond, referring to an infinite bond of subtle correspondences, which we are asked to search. It is as if the frame opened on another place, that draws the gaze into things and the interior of the things towards the gaze, expanding it in all directions. 

As in a microcosm, every image contains something that transcends contingent time and our narcissist rationalism, always tended to bend reality to our expectations. The search is oriented towards a view dominated by movements of gaze that are nourished of slow times, almost meditative, able to dig into the folds of reality, to bring out the echo of new memories and experiences almost removed.

Quirico’s works are contractions of the real image with the one dreamed and the one built, encrypted images with multiple reading possibilities to be guessed and found, starting from the horizon of a city. They are antidotes to the consumption rate of modern images, suggesting departures, entrusting a sort of “taste” that is accountable of totality without having to harm it, but rather triggering a reflection on the possible inter-crossing realities. This is why the photographs are identified in a pattern of Cartesian axes that create a geometric network of clear and meditated visions in which the images become the metaphor of a rational and humane path, inside the infinite multiplicity of experience.

In Photo Paris, Quirico confronts himself with a city that has always been at the heart of the collective unconscious and that includes an almost endless list of looks and hearts captured by its charm. Photography, which was born right here, on the banks of the Seine, has fed the city of requited love, and many photographers have portrayed Paris in its multiple forms: from Daguerre, who invented, together with Niépce, this new form of art, to Marville, Atget, Lartigue, Brassaï, Kertész, Ronis, Doisneau, Capa, Cartier-Bresson, Erwitt and many others. 

Quirico’s voice is clearly added to these ones, with a search that is not focused on a condition of everyday life into which measuring oneself; his images capture us because they look at the city into its eyes, without concessions to the deliberately beautiful, calling us to a new discovery, which may take place on multiple levels. Moreover, the process of vision is always ambiguous and never closed, and as in his other cycles (London Calling, for example), the buildings that he realizes have an infinite possibility of cross-references, through images and written words, through the relationship between the reality and its past and future, as well as its possible interpretations. The technique is the one to which Quirico has accustomed us, one of its distinguishing marks: a complex structure of multiple shootings joined into a collage and printed on sheets of old books, unique works which, in this case, are “based” on books bought on the stalls along the Seine. Texts, not only in French, of literature, arts, but also engineering, indistinguishable and mostly unreadable, that constitute the hidden soul that rises at times, of the works he creates. 

The image thus hides the evidence of a connotation linked to the verbal language, in which the overlap between iconic and non-iconic signs find a wise balance, which is embodied by a visual presence able to consider the life of shapes and people. One way to go beyond the language of photography and find time for a thorough look in order to get to understand the “operation” of the work, the subtle play of existing references. The pages of the books that are the basis of the works create a stream of indistinguishable voices, memory and life at the same time, that substantiate them and become their structure, making them unique pieces.

In a game backwards, at the end of our journey we got to the installation work chosen as the cover image of this catalogue: the flow of voices translates into a “palace of words” and is projected outside, to direct us towards Rue Simon-Crubellier n. 11, the imaginary street of the non-existing palace thought by Georges Perec in his novel La vie mode d’emploi. The events of this “hypertext fiction” are held in a block composed of ten floors of ten rooms each, shaping a double square of a hundred elements, whose front façade allows to view each room immediately and simultaneously. In the story, which proceeds as a knight in the chess game, each room will be touched but one, that will be the only one never occupied by any event told of the one-hundred-year life of the building. One hundred photos will make the simulacrum building of Rue Crubellier n. 11, a game of preparation and of signs that intersect, in the desire of distinguishing and seeing beyond the image: “Being or nothing, that is the question. Ascending, descending, coming, going, a man does so much that in the end he disappears. A taxi bears him off, a metro carries him away, the tower doesn’t care, nor the Pantheon. Paris is but a dream2”. 

1-2  R. Queneau, Zazie nel metro, Einaudi, Torino 1970, p. 67.  

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