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Catalogo con testo critico di Roberto Mutti
Catalog with critical text by Roberto Mutti

Stampa fotografica su collage di pagine di libri d'epoca, 2004-2014
Photographic print on a collage of vintage book pages, 2004-2014
 

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Fra classicità e audacia

di Roberto Mutti, Storico della fotografia

La fotografia di architettura è un genere ben preciso dotato di caratteristiche che la rendono particolarmente riconoscibile: l’autore, infatti, si trova di fronte a soggetti che per le loro grandi dimensioni pongono in ripresa problemi tecnici di non facile soluzione e che si possono risolvere solo facendo ricorso a fotocamere professionali in grado di evitare ogni distorsione prospettica. Nella storia della fotografia italiana c’è in questo campo un’importante tradizione legata alle moltissime opere artistiche di cui il paese è ricco la cui documentazione fotografica è iniziata a fine Ottocento per opera di molti fotografi di valore come, tanto per ricordare i più noti, i Fratelli Alinari, Giacomo Brogi, Giorgio Sommer, Tommaso Cuccioni, Carlo Naya. Grazie alla loro puntigliosa opera tutti ebbero occasione di vedere paesaggi, palazzi, monumenti, vestigia del passato anche senza muoversi ed è il caso di ricordare che i libri d’arte diffusi nelle scuole italiane ancora negli anni Sessanta riportavano le fotografie Alinari per illustrare le opere d’arte che vi si citavano. Se dal punto di vista documentativo questo era e resta un importantissimo contributo, ben presto i contemporanei si sono chiesti che tipo di estetica sposare per non correre il rischio, riprendendo gli stilemi del passato, di apparire ripetitivi. La via di uscita è stata quella di una ricerca capace di allontanarsi gradualmente dalla pura documentazione per sconfinare nei limitrofi ambiti espressivi della creatività. Da questo punto di vista la cosiddetta Scuola di Düsseldorf diretta dai coniugi Becher è stata, con le sue riprese in bianconero frontali e rigorosamente essenziali, un punto di riferimento fondamentale anche in Italia come dimostra Ritratti di fabbriche, il lavoro che agli inizi degli anni Ottanta segna l’esordio di Gabriele Basilico. Se non proseguiamo l’analisi di un campo dove si sono poi affermati con proposte diverse autori come Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Mimmo Jodice, Luca Campigotto è perché Nicolò Quirico non va considerato un fotografo di architettura pur essendosi con questa confrontato con un approccio originale e suggestivo. Viste da lontano, infatti, le sue immagini sembrano puramente descrittive ma, osservate da vicino, rivelano inaspettatamente una complessa struttura frutto di una personalissima ricerca che tiene conto di molti piani espressivi ma risolve anche il problema della ripresa che per essere rigorosa non deve presentare distorsioni, linee cadenti e altri difetti. Accostando media differenti che fa dialogare fra di loro, Quirico pone come punto di partenza le riprese da lui stesso realizzate a singole porzioni dell’edificio e poi ricomposte in un collage che rimanda nella stessa misura anche alla grafica. Palazzi di Parole, questo è il nome dell’intero progetto che da tempo porta avanti, prevede infatti che le fotografie non vengano stampate come d’uso su una carta bianca ma su fogli di vecchi libri così che frammenti di frasi, sequenze di racconti, incipit di romanzi si sovrappongono alle architetture creando rimandi non casuali, anche se talvolta criptici o misteriosi, perché i libri sono stati scelti dall’autore in modo che creassero una sintonia con i soggetti ritratti. Le recenti immagini che costituiscono una ulteriore tappa di questa ricerca sono state tutte realizzate a Londra ponendosi così il problema, ben noto a progettisti e urbanisti ma conosciuto anche dall’opinione pubblica, del rapporto fra la classicità che si lega alla storia stessa della città e l’audacia progettuale che ne simboleggia il desiderio di guardare avanti, verso il futuro. Nicolò Quirico più che rispondere al quesito o porgere gli elementi per una analisi, dà un suo contributo regalandoci con le sue fotografie visioni dotate di grande equilibrio, indispensabile per creare accostamenti fra le facciate a mattoncini rossi e quelle di vetro e acciaio, fra gli edifici elisabettiani e i grattacieli, fra le antiche torri e le contemporanee piramidi luccicanti. Anche in questo caso non bisogna accontentarsi di osservare le fotografie da lontano e di apprezzarne l’attenta composizione: saranno gli osservatori più attenti e curiosi ad avvicinarsi alle opere per tentare di decifrare le parole che ne sono parte integrante. Già, perché certe frasi, certi dialoghi, certe esclamazioni – ci suggerisce l’autore – sembrano ancora aleggiare all’interno di questi palazzi conferendo loro una vitalità tutta da indagare.

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Between classicism and bravery

by Roberto Mutti, Photographic historian

Architectural photography is a very specific genre whose characteristics make it particularly recognizable: the author, in fact, is in front of subjects that, due to their large size, pose shooting technical problems that are not easily solvable and that can only be overcome by resorting to professional cameras, able to avoid any perspective distortion. In this field, the history of Italian photography has an important tradition linked to the many artistic works of which the country is rich and whose photographic documentation began in the late Nineteenth Century with the works of several valuable photographers, among which, just to remember the most famous ones, the Alinari brothers, Giacomo Brogi, Giorgio Sommer, Tommaso Cuccioni, Carlo Naya. Thanks to their meticulous works, everyone had the opportunity to see landscapes, buildings, monuments, vestiges of the past even without moving, and it is necessary to point out that the art books still used in the Italian schools in the sixties reported Alinari’s photographs to illustrate the works of art cited. If, from a documentary point of view, this was and still is a very important contribution, contemporary photographers soon wondered what kind of aesthetics they had to embrace in order to avoid the risk of appearing repetitive for evoking past stylistic features. The way out was an investigation able to gradually move away from pure documentation and to digress into the neighbouring expressive fields of creativity. From this point of view, the so-called Düsseldorf School directed by the Bechers was, with its front and strictly essential  hootings in black and white, an essential point of reference also in Italy, as evidenced by  Ritratti di fabbriche, the work that marked the debut of Gabriele Basilico at the beginning of the eighties. If we do not keep on analyzing a field where, with different proposals, authors like Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Mimmo Jodice and Luca Campigotto established themselves, it is because Nicolò Quirico should not be considered as an architectural photographer, despite he has confronted himself with architecture through an original and suggestive approach. Seen from a distance, in fact, his images seem purely descriptive, but if we look at them closely, they reveal an unexpectedly complex structure, which is the result of a personal investigation that takes into account many levels of expression but also solves the problem of shooting that, in order to be rigorous, does not have to show distortions, falling lines and other defects. Combining different media and making them communicate with one another, Quirico has posed his shootings of single portions of the building as a starting point and then has reassembled them in a collage which also refers, in the same way, to the graphic element. In Palazzi di Parole, this is the name of the whole project that he has worked on for some time, photographs are not printed on white paper as usual but on sheets of old books, so that fragments of sentences, sequences of short stories and opening words of novels overlap with architectural elements by creating not random references – though sometimes cryptic or mysterious – because the books were chosen by the author so to create a harmony with the subjects portrayed. The latest images that constitute a further stage of this investigation were all shot in London, thus posing the problem, well-known to designers and urban planners but also to the public, of the relationship between the classicism tied to the history of the city and the design bravery symbolizing the desire to look ahead, towards the future. More than answering the question or taking elements for an analysis, Nicolò Quirico gives his contribution by offering us his photographic visions with a great balance, which is essential to create matches between the red brick facades and the glass and steel ones, between Elizabethan buildings and skyscrapers, between the ancient towers and the contemporary gleaming pyramids. Also in this case we should not be satisfied by observing the photographs from a distance and appreciating their careful composition: the most attentive and curious observers will approach the works and try to decipher the words that are an integral part of them. Indeed, because certain sentences, dialogues and exclamations – the author suggests – still seem to hover within these buildings, giving them a vitality that has all to be investigated.

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