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Genova

Catalogo con testo critico di Roberto Mutti
Catalog with critical text by Roberto Mutti

Nell'immagine:
La Superba
Stampa fotografica su collage di pagine di libri d'epoca
Photographic print on a collage of vintage book pages
80x120 cm
1/5
2015

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Il bisbiglio della storia

di Roberto Mutti, Storico della fotografia

Siamo nel 1970 e, nel clima di grande fermento culturale che caratterizzava quegli anni in tutte le articolazioni della società, l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali dell’Emilia Romagna diede l’incarico a Paolo Monti di fotografare Bologna sapendo benissimo che, essendo la prima occasione per realizzare il censimento di un centro storico italiano, questa poteva trasformarsi in un modello da applicare ad altre realtà. Nessuno sembrava temere – come poi, in effetti, purtroppo successe – che sarebbe rimasto pressoché l’unico non essendocene a tutt’oggi uno simile per completezza e rigore né di Roma, né di Milano né di Venezia, città che per molte ragioni, una su tutte la mancanza di traffico automobilistico, ben si presta a un’indagine di questo tipo senza interventi complessi come quello dell’esperienza bolognese che aveva previsto addirittura la momentanea chiusura del centro al traffico. Pur non essendo mai stato un esponente della fotografia di architettura, Monti ne sposò completamente la filosofia e il metodo utilizzando alcune linee guida: la rapidità e la completezza delle riprese, il rispetto della verticalità degli edifici, la ricerca di molteplici punti di vista per rendere dinamico il risultato, l’attenzione rivolta sia all’insieme che ai particolari, infine l’idea di muoversi in soggettiva come un pedone che attraversa il centro storico della città. È un vero peccato che quell’esperienza sia rimasta sostanzialmente isolata nella sua diversità sia nei confronti dei modelli del passato (la monumentalità dei fratelli Alinari concentrata però solo sugli edifici di pregio o il rigore formale di un Giacomo Brogi) sia rispetto alle successive campagne promosse a partire dalla seconda metà degli anni Settanta dal Touring Club Italiano che puntavano a una documentazione più attenta però agli aspetti sociali. Il risultato è un vero e proprio dualismo estetico che ha finito per caratterizzare l’immagine di molte città italiane affidata per un verso alla classica tradizione documentaristica e per l’altra a una ricerca espressiva legata alla creatività dei singoli fotografi. 

Genova rappresenta un caso un po’ particolare perché è stata spesso nel mirino dei fotografi ma più come suggestivo sfondo di vicende umane (i travestiti della città vecchia ripresi da Lisetta Carmi) o sociali (il mondo del lavoro e in particolare quello dei portuali documentati da Uliano Lucas e Mario Dondero) più raramente come soggetto caratterizzato dalle audaci architetture del nuovo porto o della Sopraelevata riprese da Gabriele Basilico. È all’interno di questo quadro di riferimento che si muove Nicolò Quirico che, per la prima volta nel suo percorso creativo, ha deciso di indagare in profondità all’interno di una città con un lavoro capillare che non si ferma ai luoghi canonici a tutti noti, ma si muove nello spazio urbano sviscerandone lo spirito più profondo. La particolare tecnica di ripresa da lui utilizzata – quella di fotografare frammenti di realtà per ricomporli poi in un unico collage – gli ha permesso di ampliare la visione dando respiro ad immagini di luoghi che la sinuosità delle strade e dei carruggi in genere impedisce di riprendere nella loro interezza se non attraverso le inevitabili deformazioni degli obiettivi grandangolari. La notazione tecnica è in questo caso particolarmente importante per comprendere da dove si origina l’estetica che caratterizza le immagini di Quirico, la loro luminosità, la loro ampiezza fisica e metaforica di visione, la loro linearità formale. È così per la ripresa della centrale piazza di Soziglia di cui si conservano tutte le caratteristiche e, soprattutto, l’equilibrio dei volumi.  È così per il porto che viene però osservato da molteplici punti di vista: dall’alto in basso per esaltare i bracci del Grande Bigo protesi verso il cielo, dalla riva per guadare al mare assieme alle tre grandiose gru che fanno la guardia con posture da antichi guerrieri in ricordo dei trascorsi militari della Repubblica, dal mare verso la costa per osservare i container ordinatamente allineati evocandone così la complementare e contemporanea potenza commerciale. Spesso lo sguardo del fotografo si allarga per includere in un’unica visione la maestosità dei Palazzi del centro storico (San Giorgio, Ducale, la Borsa) la bellezza non solo cromatica di San Pietro in Banchi, la sorprendente signorilità del Chiostro di Sant’Andrea o il fascino austero di San Lorenzo protetta da quel leone in primo piano che ribadisce con la sua presenza l’appellativo di “Dominante” attribuito alla città. Guidato dallo stesso spirito, Nicolò Quirico cerca altri scorci con uno sguardo indagatore che parte da lontano – da un colonnato, una loggia, un arco – e ne inserisce in primo piano alcuni elementi così da creare una cornice capace di valorizzare i volumi architettonici dei soggetti ripresi. In queste fotografie si sente una forte dimensione teatrale: negli antichi muri che sotto l’intonaco cadente non riescono a nascondere una passata grandezza come nei giardini che immaginiamo silenziosi di Palazzo Bianco. Che il fotografo sia riuscito a stabilire una particolarissima sintonia con una città non facile ad aprirsi è testimoniato dalle riprese in interni: comincia a scattare nei cortili come se volesse avanzare con educata cautela e finisce per restituirci la ricchezza aristocratica di antichi saloni, dove gli affreschi dei soffitti si rispecchiano nelle fantasie delle decorazioni dei pavimenti. Ora non resta che avvicinarsi alle fotografie perché Nicolò Quirico ha ancora qualcosa con cui sorprenderci: le pagine di antichi libri usate come supporto su cui sono stampate le fotografie permettono di leggere, negli interstizi creati, parole antiche tutte da interpretare, frasi casualmente monche di cui sfugge anche il contesto, frammenti di discorsi di un passato chissà quanto lontano che sembrano il bisbiglio della storia. 

 

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The whisper of history

by  Roberto Mutti, Historian Photography

“The year was 1970: in the buzzing cultural atmosphere that seemed to be affecting all sectors of society, the Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali (Institute for Artistic, Cultural and Natural Heritage) of Emilia Romagna entrusted Paolo Monti with the task of photographing Bologna. It was clearly understood that, as the first opportunity to record the historic centre of an Italian city, this might become a model to be applied to other areas as well. No one seemed to worry about the possibility that it might remain a one-off experiment – but, unfortunately, this is precisely what it turned out to be. To this day, no projects of comparable extent or rigour have yet been carried out in Rome, Milan or even Venice: a city which for a number of reasons, starting from the lack of traffic, would be a particularly suitable candidate and would not require the kind of complex interventions deployed for Bologna – including the temporary sealing off of the centre from traffic. Without having ever been an exponent of architectural photography, Monti fully embraced its philosophy and method, adopting a series of guidelines: swift and complete shots, the need to respect the verticality of buildings, the use of multiple vantage points to achieve a dynamic effect, attention to both the overall picture and individual details, and finally the idea of taking point of view shots from the perspective of someone crossing the city centre on foot. It is a real shame that this essentially remained a one-off experience, removed as it was both from past models (such as the monumentality of the Alinari brothers, focused exclusively on outstanding buildings, and Giacomo Brogi’s formal rigour) and from the later campaigns promoted by the Touring Club Italiano, starting in the latter half of the 1970s with the aim of documenting social aspects as well. The outcome has been a real aesthetic dualism, which has come to shape the image of many Italian cites through the classic documentary tradition, on the one hand, and, on the other, an expressive research based on the creativeness of individual photographers. 

Genoa represents a rather peculiar example because it has often attracted photographers’ interest, but chiefly as a background for personal experiences (Lisetta Carmi’s photographs of the old town’s transvestites) or social events (the labour world and in particular that of the dockworkers, as illustrated by Uliano Lucas and Mario Dondero). More rarely, the emphasis has been on the bold architecture of the new harbour or of the Sopraelevata (flyover), as in Gabriele Basilico’s case. It is within this frame of reference that Nicolò Quirico operates: for the first time in his creative career, he has chosen to explore a city in depth through a detailed work which is not limited to landmarks but cuts across urban space, bringing out its innermost spirit. In particular, the shooting technique which Quirico uses – photographing fragments of reality in order to then reassemble them as a single collage – has enabled him to broaden his perspective, so as to reveal glimpses of places which the winding streets and alleys usually make it impossible to fully capture if not through the inevitably distortion of a wide-angle lens. It is important to note these technical aspects in order to understand the origins of the distinctive aesthetics of Quirico’s photographs, with their brightness, physical but also metaphorical extension – their breadth of vision – and their formal linearity. This is the case with the shot of the central Piazza di Soziglia, which preserves all its features and especially volumetric balance. But it is equally the case with the harbour, which is portrayed from multiple perspectives: from top to bottom, to bring out the outstretched arms of the Grande Bigo; from the shore, to capture the sea along with the three imposing cranes that guard the harbour like ancient warriors and relics of the Genoese Republic’s military triumphs; from the sea towards the shore, to capture the neat rows of containers, evoking their complementary and contemporary commercial power. The photographer often broadens his gaze to encompass the grandeur of the palaces in the city centre (Palazzo San Giorgio, Palazzo Ducale, Palazzo della Borsa), the stunning shades of the Church of San Pietro in Banchi, the striking elegance of the Cloister of Sant’Andrea and the austere charm of the Cathedral of San Lorenzo, protected by a lion whose presence in the foreground seems to justify the title of “Dominante” bestowed on the city. With the same spirit, Nicolò Quirico searches for other glimpses through a probing gaze which starts from afar – from a colonnade, a loggia or an arch – and then zooms in on some elements in the foreground, in such a way as to create a framework enhancing the architectural volumes of the subjects portrayed. These photographs have a strong theatrical quality to them, which especially comes to the fore in the images of ancient walls, struggling to conceal a past greatness under their crumbling plaster, and of the silent gardens of Palazzo Bianco. The photographer has become uniquely tuned to a city which does not easily show itself. Nowhere is this more evident than in his shots of interiors: Quirico starts with photographs of courtyards, as though out of polite wariness, and ends by capturing the aristocratic richness of ancient halls, where ceiling frescoes are matched by flamboyant floor decorations. All is left for us to do now is to draw a little closer to the pictures, as Nicolò Quirico has reserved another surprise for us: the photographs have been printed on the pages of ancient books. In the gaps created we catch a glimpse of ancient words to be interpreted, of sentences randomly broken off whose very context eludes us: fragments of discourses from an indistinctly remote past, like the whisper of history.  

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